Nel cortile il copione è noto. Qualcuno chiama l’amministratore perché dal pozzetto arriva cattivo odore di fogna. Si apre il coperchio, si guarda dentro, si aspetta il furgone dello spurgo. Per anni è bastato questo: un fastidio, una chiamata, una pulizia.
Quella sequenza oggi è troppo corta. Prima di decidere chi entra, con quali attrezzi e con quali tempi, bisogna stabilire se il pozzetto è solo un punto di manutenzione o se può diventare un ambiente sospetto di inquinamento. La differenza non è lessicale. Cambia l’accesso, cambiano le misure, cambiano le responsabilità.
La vecchia prassi era aprire e guardare dentro
La pratica di campo, specie nei condomìni e nei piccoli insediamenti produttivi, è nata su un presupposto semplice: se c’è odore, c’è sporco; se c’è sporco, si pulisce. Il resto veniva dopo, spesso a voce, con l’operatore già vicino al chiusino e il committente che chiedeva solo tempi rapidi.
Ma le reti fognarie non sono tutte uguali. Il Manuale WA.S.H. di AICS distingue tra acque nere, acque miste e acque reflue, categorie che sul piano operativo contano perché cambiano origine, carico organico e possibili fermentazioni. Nel linguaggio del cortile tutto diventa fogna. Nella valutazione del rischio no.
Il D.Lgs. 81/2008 chiede al datore di lavoro di valutare i rischi, non di intuirli. Il DPR 177/2011 disciplina la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi che operano in ambienti confinati o sospetti di inquinamento. Sono norme spesso citate tardi, quando l’intervento è già impostato come manutenzione ordinaria. È lì che nasce l’errore.
Situazione ricorrente: pozzetto in cortile, odore intermittente, ristagno visibile sul fondo. L’operatore non deve scendere per capire meglio. Deve prima capire se ha titolo per scendere. Sembra una sfumatura, invece separa un’attività esterna da un ingresso con rischio inalatorio.
La decisione arriva prima dello spurgo
Raccontare l’intervento al contrario aiuta. La prima decisione corretta può essere non entrare. Non perché si voglia rallentare il lavoro, ma perché la discesa in un volume chiuso, con ventilazione incerta e possibili gas, non è una prova empirica. È un atto tecnico.
Il cattivo odore non basta per classificare il rischio, però basta per fermare l’automatismo. La domanda non è quanto puzza. La domanda è se l’aria respirabile sia stata verificata con strumenti adatti e se l’accesso sia previsto da una procedura. Senza questo passaggio, il pozzetto resta chiuso.
La cronaca ha reso meno astratto il tema. Nel maggio 2024 a Casteldaccia sono morti cinque operai durante lavori sulla rete di acque reflue; la procura ha aperto un’indagine per omicidio colposo plurimo, come riportato da RaiNews. Un fatto del genere non va usato come spauracchio buono per ogni preventivo. Serve però a ricordare una cosa scomoda: nelle reti di scarico l’errore non concede sempre una seconda manovra.
Il confine tra spurgo e lavoro in ambiente sospetto di inquinamento non lo decide l’urgenza del condominio. Lo decide la valutazione preliminare. Se mancano dati, la scelta prudente è trattare l’accesso come non autorizzato fino a prova contraria.
A 20 ppm il naso ha già perso la partita
Ediltecnico segnala che già a 20 ppm alcune esalazioni possono provocare affaticamento, mal di testa, vertigini, irritabilità e stato confusionale. È un dato basso, quasi fastidioso per chi ragiona ancora con il criterio del naso: se l’odore si sente, allora me ne accorgo; se non si sente, allora non c’è problema.
Quel criterio è debole. L’olfatto è variabile, si abitua, può ingannare. In certi casi l’operatore percepisce odore all’apertura e poi lo avverte meno, proprio mentre il rischio resta presente. Affidare la sicurezza a una sensazione è un modo elegante per non misurare.
Gli strumenti servono prima dell’ingresso, non dopo. La rilevazione deve riguardare l’atmosfera del pozzetto e i punti in cui il gas può stratificare. Un controllo fatto solo all’imbocco, magari in fretta, dà un conforto amministrativo più che tecnico. Se il volume è profondo, se ci sono curve, ristagni o tratti non ventilati, la misura deve seguire quella geometria.
Qui la vecchia prassi mostra tutta la sua età. Una volta si apriva, si arieggiava un po’ e si procedeva. Oggi quella sequenza non regge se manca una lettura strumentale, se non è chiaro chi coordina l’accesso e se non esiste un recupero possibile in caso di malore. Il soccorritore improvvisato è spesso la seconda vittima.
Le cause dell’odore non dicono da sole quanto rischio c’è
L’odore può arrivare da una tubazione parzialmente ostruita, da sifoni asciutti, da ristagni, da immissioni anomale, da fermentazione di materiale organico, da ventilazione assente. In una rete mista, piogge e reflui cambiano il comportamento del sistema. In un insediamento produttivo, il contenuto della rete può variare durante la giornata.
Questo non significa che ogni pozzetto sia una camera mortale. Significa che la causa idraulica e il rischio atmosferico viaggiano su piani diversi. Si può avere un problema banale di deflusso con atmosfera pericolosa nel punto sbagliato. Oppure un odore forte senza necessità di ingresso, perché la rimozione può essere gestita dall’esterno.
Caso tipico: il condominio segnala odore solo al mattino, il livello nel pozzetto appare normale, nessuno vede reflui in superficie. La tentazione è chiudere la pratica come disturbo olfattivo. Però una variazione temporanea può dipendere da ventilazione, temperatura, uso degli scarichi e ristagno notturno. Senza misure, si sta raccontando una storia plausibile, non facendo una verifica.
Il verbale dovrebbe separare ciò che è osservato da ciò che è dedotto. Odore percepito, livello del liquido, presenza di sedimenti, accessibilità, ventilazione, esito delle misure: sono dati. Dire che è tutto normale perché non c’è allagamento è una scorciatoia. E le scorciatoie, nei pozzetti, costano care.
Cosa chiedere prima di autorizzare l’accesso
L’amministratore, il responsabile di stabilimento o il datore di lavoro committente non devono trasformarsi in tecnici dello spurgo. Devono però fare domande scritte prima che l’intervento parta. La richiesta al fornitore deve essere chiara, perché una voce generica nell’ordine, specie se confrontata con i profili operativi descritti da gumieroambiente.it, lascia scoperto proprio il passaggio che decide se l’attività resta esterna o richiede personale qualificato.
Il documento iniziale dovrebbe chiarire almeno questi punti:
- se è previsto ingresso nel pozzetto o lavoro solo dall’esterno;
- quali gas vengono misurati e con quale strumento;
- chi autorizza l’accesso e chi resta in assistenza fuori;
- quale procedura di emergenza è prevista in caso di malore;
- se l’impresa possiede i requisiti richiesti per ambienti confinati o sospetti di inquinamento.
La parola spurgo, da sola, è troppo comoda. Può indicare un lavaggio, un’aspirazione, una disostruzione, una verifica con telecamera, oppure un ingresso fisico. Se l’ordine di lavoro non distingue questi casi, crea ambiguità prima ancora del cantiere. Chi firma quel dettaglio lo paga due volte: durante l’intervento, se l’operatore entra senza dati, e dopo, quando deve spiegare perché una prestazione generica ha coperto un rischio specifico.
La procedura non deve essere un faldone gonfiato. Deve dire chi fa cosa, quando si misura, quando si vieta l’accesso, quando si cambia metodo. Poche righe scritte bene valgono più di molte frasi standard copiate da un modulo.
Il cattivo odore resta un segnale povero, ma non innocuo. Non identifica il gas, non misura la concentrazione, non qualifica l’ambiente. Però obbliga a fermare la vecchia abitudine: aprire, guardare, scendere. Prima viene la decisione tecnica. Il resto, se l’aria lo consente e le carte sono in ordine, può aspettare qualche minuto.